La spedizione dei mille

LA SPEDIZIONE DEI MILLE
di Roberto Losso

Settembre 1860. Garibaldi è giunto a Napoli con pochi luogotenenti, mentre il grosso dell'Esercito Meridionale è ancora attestato in Calabria. La XVII e XVIII divisione, rispettivamente al comando di Giacomo Medici e di Nino Bixio, si apprestano a lasciare Cosenza alla volta di Paola, dove li attendono tre piroscafi scortati dalla corvetta piemontese "Governalo". L'ordine è di accelerare al massimo le operazioni di imbarco e di far rotta sul porto di Napoli. Garibaldi, infatti, ha urgente bisogno di rinforzi per reggere l'urto dell'esercito borbonico, che si è raccolto lungo le sponde del Volturno. Il generale Medici è stato più lesto di Bixio ed i suoi uomini si sono messi in marcia nel primo pomeriggio. La XVIII divisione, invece, lascia Cosenza al tramonto. Il buio ed un violento temporale rallentano l'andatura dell'intera divisione. Si registrano anche perdite di uomini e di mezzi. La marcia notturna, infatti, accresce a dismisura i pericoli del viaggio lungo i ripidi sentieri che sfiorano crepacci e burroni.

Alle porte di San Fili, Bixio è costretto a far riposare i suoi uomini ormai stremati e fracidi di pioggia. Lo fa controvoglia, temendo che il generale Medici, ormai in forte vantaggio, una volta arrivato a Paola, possa imbarcare la sua divisione e prendere il largo senza aspettarlo, diventando così l'uomo?chiave della spedizione. Alcune ore dopo, all'alba, la tempesta si placa e la colonna garibaldina riprende la marcia. Nino Bixio sprona continuamente la truppa ad accelerare l'andatura. Finalmente, superato il passo della "Crocetta" e discesi quasi di corsa lungo i fianchi scoscesi dell'appennino paolano, le avanguardie bixiane avvistano la costa ed intravedono la sagoma delle quattro navi alla fonda. Bixio tira un sospiro di sollievo e, dopo una rapida consultazione con Menotti Garibaldi, si lancia al galoppo per raggiungere la spiaggia.

Sull'arenile di Paola Marina le truppe di Giacomo Medici hanno già radunato i bagagli e sono pronti ad imbarcarsi sulle barche dei pescatori locali requisite per trasportare i soldati sui piroscafi. Nino Bixio, lasciandosi guidare dal suo carattere irascibile ed aggressivo, inveisce pubblicamente, davanti alle camice rosse ed alla popolazione, contro il generale Medici, dicendo: "Nessuno partirà prima di me! Io partii per primo a Genova e non voglio che chi partì dopo di me mi preceda a Napoli per fare il bello!". Inutilmente Medici richiama la sua attenzione sul fatto che la decisione di imbarcare per prima la XVII divisione è stata assunta personalmente dal generale Sirtori, capo di stato maggiore dell'Esercito Meridionale. Anzi, Bixio, sempre più adirato, arriva fino al punto di ordinare ai suoi uomini di avanzare verso le barche e di occuparle anche con la forza.

E Medici, esaurita ogni possibilità di convincere Bixio ad eseguire gli ordini di Sirtori, dà disposizioni alla sua divisione di serrare i ranghi. D'altra parte, non era certamente pensabile che Giacomo Medici, luogotenente di Garibaldi nelle campagne sudamericane, il difensore del Vascello, il trionfatore di Milazzo, l'unico che avesse la libertà di dare del "tu" a Garibaldi, lasciasse scalfire il proprio prestigio per le assurde pretese di Bixio. Né Giacomo Medici né Bixio, quindi, sono disponibili a cedere il passo, mentre gli uomini in armi si fronteggiavano minacciosamente. Sarebbe bastato poco perché lo scontro personale tra i due generali si trasformasse in una grande rissa con conseguenze disastrose sull'esito finale dell'eroica impresa dei Mille.

Il momento, dunque, è drammatico e gli animi sono eccitati. Alla fine, però, il generale Medici, accoratamente supplicato dal colonnello Aber e dai suoi aiutanti di campo, si convince che continuare nel braccio di ferro significa, innanzi tutto, rischiare il buon esito della spedizione e mettere in difficoltà lo stesso Garibaldi che attende con ansia l'arrivo dei rinforzi. Un cenno improvviso ai suoi luogotenenti e le camice rosse della XVII divisione, lentamente, si allontanano dall'arenile. Lo scontro è scongiurato in extremis, grazie al buon senso del generale Medici, che, comunque, una volta giunto a Napoli, si riserva di protestare personalmente con Garibaldi. Nino Bixio, comunque, concede il bis nel pomeriggio, quando, dopo aver maltrattato a dismisura i soldati imbarcati sul piroscafo "Elettrico", per poco non viene aggredito e buttato in mare.

Cosa era successo? Il generale aveva raccomandato ai suoi uomini di restare in piedi per occupare meno spazio e consentire, quindi, l'imbarco dell'intera divisione. Ad un certo punto, nel pomeriggio, i comandanti dei piroscafi fanno presente a Bixio che non c'è più posto peri 300 garibaldini rimasti a terra. Il generale impreca e fa pressioni di ogni tipo, ma i marinai sono irremovibili. Nel giro d'ispezione, Bixio scopre che un gruppo di volontari imbarcati sull' "Elettrico", stremati dalla defaticante marcia di trasferimento da Cosenza a Paola, anzichè stare in piedi, si sono sdraiati sul ponte, contravvenendo ai suoi ordini. Vittima di un nuovo incontenibile attacco di ira, il generale si scaglia contro i volontari, colpendoli ripetutamente con il calcio di un fucile.

Sul ponte del piroscafo scoppia un vero e proprio tumulto. I volontari, e specialmente gli ungheresi della brigata Eber, si ribellano e si avvicinano a Bixio con fare minaccioso, mentre i marinai gridano: "In mare! In mare!". Il generale, nel frattempo, si rifugia a prua e, pistola in pugno, continua ad inveire: "Avanti! Chi ha il coraggio di toccare Nino Bixio!". La situazione sta per degenerare e solo l'ennesimo provvidenziale intervento del colonnello Aber riesce ad evitare che gli incidenti si trasformino in una vera e propria rivolta. Nino Bixio viene caricato a viva forza su una scialuppa e trasferito su un altro piroscafo, mentre si provvede a medicare i feriti, tra cui un trombettiere ungherese che ha riportato la frattura del cranio. Finalmente il convoglio prende il largo. C'è, comunque, da registrare un ultimo colpo di scena. Quando, precedendo di tre giorni la divisione Medici, i piroscafi giungono a Napoli, all'appello manca Nino Bixio. Il generale, timoroso di affrontare i rimproveri di Garibaldi, si era trasferito sulla corvetta "Governalo", sbarcando a Genova in attesa del "perdono" dell'eroe dei due mondi. Alla fine, quel valoroso per quanto irascibile garibaldino, rassicurato da alcuni medici fidati, rientrò a Napoli e, coprendosi di gloria sul Volturno, davanti a Maddaloni, seppe degnamente riscattare la brutta giornata di Paola.

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